la Repubblica: Morte di Bendini

- febbraio 1, 2015 -

Si è spento ieri a Roma, dopo una breve malattia, Vasco Bendini: uno dei nostri più grandi pittori della seconda metà del secolo scorso. Nato a Bologna nel 1922, era stato, all’Accademia, allievo di Guidi e di Morandi. Ma già allora, come poi sempre, e pur di fronte a quell’alto magistero, il suo era stato soprattutto un animo incline alla solitudine, non solo nel mestiere di pittore. Un baratro dell’animo che affrontò con lucida consapevolezza: “ho pagato un prezzo, alto, al mio isolamento: al mio essere fuori d’ogni gruppo, fuori da ogni solidarietà”. In solitudine, dopo l’esordio a Milano nel ’49, s’era trovato, nel 1953, a esporre in una galleria fiorentina grandi carte, di cui non era facile individuare la matrice, databili agli anni immediatamente precedenti. Nell’introduzione al piccolo catalogo, era allora un testo di Francesco Arcangeli: che poi ricorderà quello strano incipit del Bendini maturo, quelle strisciate lunghe del nero, quelle pareti bagnate di poco, rapsodico colore, condotte in “singolare, solitaria, e quasi candida primogenitura”, riconoscendo in esse “una strana accentuazione dello spirituale”, che le faceva diverse da quell’ascolto prestato da molti ai palpiti della realtà registrati dell’informale padano; diverso e lontano, dunque, Bendini, da quell’ “ultimo naturalismo” che lo stesso Arcangeli patrocinava. In quelle carte Bendini aveva messo tanta parte di sé stesso. Da solo, non aiutato da una cultura d’immagine ‘astratta’ (e infatti gli piacque sempre poco quel battesimo, dato spesso alla sua pittura) che ripensava neo-cubismo o neo-concretismo, e comunque una ‘figura’ strutturata da nitidi e razionali contorni, il giovane Vasco sentiva e raffigurava invece un palpitare medianico, notturno, di cose che accadevano entro l’occhio interno dell’uomo: un fantasma di case, poche onde gonfie d’un mare in tempesta, l’impronta larvale di un volto.

Poi, per un attimo, fu come se quella sua solitudine, quella distanza dal mondo che aveva attorno, quel suo essere ‘altrove’ che egli aveva consapevolmente cercato, lo spaventassero: e per un tempo breve Bendini cercò la sua parola nella materia, nella sua crescita magmatica e cespitosa. Ne venne, fra ’57 e ’58, un biennio incendiato, a tratti furente, durante il quale gli impasti erti del colore erano disposti sulla tela quasi in affanno, a colpi veloci, eccitati. Stagione, anch’essa, altissima del pittore, che aveva con essa come stabilito quale fosse l’altro termine della corsa del pendolo della sua ricerca, fra cieco involgimento nella materia e silenzio, attesa della sua fantasmatica apparizione.

Infine, al polo opposto del turgore allora attinto, vennero le opere forse più indimenticabili di Bendini: quelle tempere magre (così è intitolata la lunga serie a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta) che sono mute, spoglie sindoni, bagnate di rado e magro colore; tolto, quasi dalla tela, anziché su di essa aggiunto. Dove solo traspare, fioco, un punto lontano di luce a emozionare la superficie. Di intera, francescana povertà – mentre tutt’intorno ad esse, in Italia, crepita il turgore pieno e gridato di un informale giunto alla sua acme – sono queste opere: sussurri, fiati, scritture trepide, leggere e ansimanti, avvolte dal silenzio.

L’esperienza delle tempere magre si è poi riflessa su tutta la pittura recente di Bendini: che, dopo un momento in cui tentò un’arte oggettuale e d’ambiente (anticipando peraltro tante esperienze della pittura italiana del tempo), è tornato ad esse, utilizzando sulla superficie (d’alluminio, quindi di nuovo di carta e tela) un modo di far precipitare ed allargare quasi autonomamente il colore che è stato maestro di tanti. Così è l’ultima pittura di Vasco: nella quale si dà un’altra volta quella luce appena nata, che da una profondità esigua ed immensa, dello spazio e dell’animo, procede lenta verso la superficie, e appare.